di Luca Marchina
All'apertura del summit dell’Unione Africana il presidente Alpha Konare si è espresso così: "Se il Kenya brucia, non ci sarà domani". Il Kenya da sempre è un esempio positivo in un continente devastato dai conflitti, un Paese che non aveva mai conosciuto una guerra sul suo suolo dal giorno dell’indipendenza. Oggi questo Paese brucia, mandando al collasso anche l’intera regione centro-orientale dell’Africa. In questi giorni più di una volta si è scomodata la parola genocidio e l’esempio del Rwanda, forse esagerando, ma sicuramente qualche similitudine tra le due situazioni c’è. Interpellato dai giornalisti Paul Kagame (presidente del Rwanda) ha detto che l’unica soluzione per evitare un 'nuovo Rwanda' è l’intervento massiccio e immediato dell’esercito. Questa possibilità circola nei discorsi che si ascoltano nelle vie di Nairobi. Molti credono che nei prossimi giorni sia possibile una presa del potere da parte dell’esercito.
Tutti contro tutti. Giovedì c'è stata la morte di un secondo deputato dell'opposizione, a Eldoret (nella Rift Valley) per mano di un poliziotto. Questi giorni sono un banco di prova importante per vedere l’evoluzione della situazione, ma le premesse non sono buone. Mentre scrivo, in molte zone dell’ovest del Paese si registrano scontri, ora anche verso il confine tanzaniano. Se inizialmente la violenza post-elettorale si era indirizzata contro i kikuyu, etnia del rieletto presidente Kibaki, oggi si assiste ad una risposta, una controffensiva contro le etnie luo, luhyas e Kalenjins, tutti visti come sostenitori del leader dell'opposizione Raila Odinga che ha denunciato brogli e non ha mai accettato la sconfitta.
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La Gladio di Bush
di Alessandro Ursic
Un'organizzazione pubblica ma protetta dal segreto, con oltre 23.000 membri selezionati nell'élite politica-economica del Paese che godono di informazioni riservate sui rischi di un attacco terroristico, lavorando in collaborazione con l'Fbi. E che, come ha rivelato uno dei suoi iscritti, in caso di proclamazione della legge marziale hanno licenza di uccidere per proteggere le loro proprietà. Si chiama InfraGard, e se non l'avete mai sentita è perché fino a qualche anno fa non superava il migliaio di iscritti. Ma dopo gli attentati dell'11 settembre 2001 è diventata una struttura semi-massonica con ramificazioni in tutti gli Stati Uniti, e rappresenta oggi una prima linea di difesa degli Usa ai tempi della guerra al terrorismo.
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A chi conviene raccontare che il caso di Anna è stato risolto?
di Maria Magarik
Chi è il mandante dell'omicidio di Anna Politkovskaja? Il 24 agosto scorso, quando il procuratore Chajka riferiva alla stampa dei fermi di 9 persone, coinvolte nell'assassinio della giornalista, Articolo 21 aveva commentato la notizia con un certo scetticismo. Nell'intervista al leader del Fronte Civico unito Garry Kasparov, pubblicata dal nostro sito quel giorno, è apparsa l'unica richiesta sensata da porre alla procura russa: fateci i nomi dei mandanti. Abbiamo sempre detto che l'inchiesta sull'omicidio di Anna è piena di condizionamenti politici, false piste, fughe di notizie. Abbiamo sottolineato fin dall'inizio che si tratta di un omicidio influente per gli scenari politici futuri della Russia.
Oggi Komsomolskaja pravda ci parla della svolta nelle indagini. Secondo il quotidiano di Mosca, ad organizzare l'assassinio di Anna sarebbe stato Shamil Buraev. L'ex capo del distretto ceceno di Acho-Martan, uno degli ex candidati alla presidenza della repubblica caucasica, si trova in carcere.
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Il Kenya come nazione
di Binyavanga Wainaina
Il mio paese è in preda all'incertezza. Abbiamo votato il 27 dicembre ed erano state le elezioni più pacifiche della storia. La partecipazione era stata più alta che mai. Negli ultimi anni, anche i più disillusi – i poveri e quelli che vivono lontano dalle grandi città – sono andati a votare.
Tutto il Kenya aveva la sensazione che stesse per succedere qualcosa di nuovo. Che le vecchie forme di potere stessero per crollare, che il nostro voto contasse davvero. Ma come in Sudafrica negli anni novanta, tutte queste speranze sono rimaste imprigionate all'interno di una struttura politica vecchia e inadeguata. Lo abbiamo sempre saputo, quando abbiamo cominciato a chiedere una vera democrazia multipartitica.
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Africa, la guerra costa
di Red
I costi dei conflitti degli ultimi 15 anni nel continente superano i 284 miliardi di dollari - Duecentoottantaquattro miliardi di dollari: è questa l'esorbitante cifra che sarebbero costate le guerre africane degli ultimi 15 anni, secondo un rapporto redatto dalle organizzazioni Oxfam, Saferworld e International Action Network on Small Arms e reso pubblico oggi. Una cifra che, secondo i relatori del rapporto, avrebbe potuto risolvere l'emergenza Aids nel continente, o permesso di costruire migliaia di strutture quali scuole e ospedali. Dato ancora pià preoccupante, il costo della guerra avrebbe superato il valore degli aiuti ricevuti dall'Africa nello stesso periodo.
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