Nel 2005, le emissioni di carbonio imputabili ai combustibili fossili hanno raggiunto il picco record di 7,9 miliardi di tonnellate, circa il 3% in più rispetto all'anno precedente. Dall'inizio della Rivoluzione industriale di fine '800, quando l'uomo aveva cominciato a bruciare grandi quantità di combustibili fossili per produrre energia, il totale annuo ha continuato a crescere a un ritmo sempre più rapido: dal 1900 si è moltiplicato per un fattore 15, e ogni anno è aumentato di circa il 3% in più rispetto all'anno precedente. 
Il 50% delle emissioni di carbonio dovute alla produzione di energia sono imputabili a quattro soli paesi. In testa si trovano gli Stati Uniti, che con meno del 5% della popolazione mondiale sono responsabili del 21% del totale, seguiti a ruota dalla Cina, con il 18% (i due paesi sono grandi utilizzatori di carbone, il combustibile fossile che produce più carbonio). In terza posizione viene la Russia, che con il 6% supera di poco il Giappone (5%). Gli altri paesi che contribuiscono in maniera rilevante all'inquinamento da carbonio sono India, Germania, Canada, Regno Unito, Corea del Sud, e Italia. La classifica delle emissioni pro capite vede invece in prima posizione il Qatar, con 14 tonnellate di carbonio a testa (in buona parte a causa dell'enorme sviluppo della sua industria di gas naturale e della distribuzione gratuita di elettricità alle famiglie), seguito da Singapore e dagli Emirati Arabi, con 9 tonnellate. Stati Uniti, Australia e Canada fanno registrare ciascuna 5 tonnellate, cinque volte il totale cinese e 17 volte quello indiano. Il 40% circa delle emissioni dovute alla produzione di energia deriva dall'uso di combustibili fossili (ad esempio petrolio, carbone e gas naturale) per generare energia elettrica. Secondo in ordine d'importanza è il settore dei trasporti, con il 20% del totale. Gli edifici residenziali e commerciali contribuiscono con circa il 15%, e il settore industriale con un altro 15%. Il restante 10% viene da una varietà di usi minori, tra cui le navi in servizio. Man mano che le emissioni di carbonio aumentano, aumentano anche i livelli di anidride carbonica (CO2) nell'atmosfera. Nel 2005, la concentrazione atmosferica media di CO2 ha raggiunto le 380 parti per milione in volume, cioè 2,2 parti/milione in più rispetto al 2004 e 103 parti/milione in più rispetto all'epoca preindustriale. L'IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), un organismo mondiale di cui fanno parte circa 2.000 scienziati, stima che l'attuale concentrazione di CO2 non era mai stata superata negli ultimi 420.000 anni, e probabilmente nemmeno negli ultimi 20 milioni di anni. Gli scienziati sono d'accordo sul fatto che è la crescente concentrazione nell'atmosfera di CO2 e di altri gas a effetto serra a provocare l'aumento della temperatura mondiale, cresciuta negli ultimi 30 anni di 0,6°. Le previsioni dell'IPCC indicano che la tendenza al riscaldamento continuerà, e che entro il 2100 le temperature globali supereranno quelle attuali di 1,4-5,8°C. Possiamo già constatare numerosi effetti del riscaldamento globale. Secondo l'OMS, ogni anno 150.000 persone muoiono a causa dei cambiamenti climatici. Il livello dei mari è salito di circa 15 centimetri rispetto al secolo scorso, mentre nell'Atlantico e nel Pacifico settentrionale gli uragani sono diventati più devastanti. La combinazione di oceani che s'innalzano e di uragani più devastanti minaccia le centinaia di milioni di persone che vivono a livello del mare, ora più esposte a inondazioni e tempeste. Gli esperti affermano che gli effetti del riscaldamento globale saranno ancora più drammatici se le emissioni di carbonio spingeranno i livelli di CO2 oltre le 550 parti/milione, soglia al di sopra della quale inondazioni generalizzate, siccità e uragani diventeranno ancora più devastanti. Il punto di non ritorno sarà probabilmente raggiunto già nella seconda metà del secolo, se le emissioni di carbonio continueranno ad aumentare come previsto. Per evitarlo, bisognerà tagliarle di un buon 70%, ritengono gli scienziati. La crescita delle emissioni di carbonio dei prossimi 25 anni sarà in buona parte imputabile ai paesi in via di sviluppo. Se oggi i paesi industrializzati pesano per il 55% del totale, le previsioni indicano che nel 2030 le economie in via di sviluppo o di transizione – con in testa Cina, Russia e India – peseranno per il 60%, una tendenza dovuta alla combinazione di rapida crescita economica e forte dipendenza dal carbone. Anche se le previsioni sono fosche, vi sono però alcuni promettenti esempi che possono orientare le nostre azioni future. Negli ultimi 15 anni la Germania ha ridotto le emissioni del 10%, e il Regno Unito del 3%. Al tempo stesso, i due paesi hanno sostenuto una moderata crescita economica. Questi risultati sono stati raggiunti diminuendo la dipendenza dal carbone, aumentando le tasse sui combustibili fossili, imponendo obiettivi di efficienza , finanziando la diffusione delle energie alternative. Per aiutare a rispettare gli obiettivi del protocollo di Kyoto, nel gennaio 2005 l'Unione europea ha lanciato un programma di scambio delle quote di emissioni, che limita le emissioni di carbonio e permette alle aziende che riescono a ridurle di trarne vantaggio, vendendo i loro permessi ad altre aziende. Negli Stati Uniti i piani per la riduzione delle emissioni di carbonio vedono protagonisti i singoli stati: sette stati nel nord-est hanno sottoscritto la Regional Greenhouse Gas Initiative, che impone di ridurre entro il 2019 le emissioni del 10% rispetto ai livelli del 2009. La California, la nona più grande economia al mondo, ha recentemente annunciato che entro il 2020 riporterà le emissioni di carbonio ai livelli del 1990, con una politica che farà aumentare le entrate dello stato di 4 miliardi di dollari e creerà 83.000 nuovi posti di lavoro. Possiamo contribuire a evitare gli effetti pericolosi del riscaldamento globale mettendo in atto politiche drastiche e obbligatorie per passare a fonti alternative di energia e migliorare l'efficienza energetica. Turbine a vento, pannelli solari, apparecchi domestici ad alta efficienza energetica, trasporti in comune e veicoli ibridi benzina/elettricità: abbiamo già tutti gli strumenti necessari per impegnarci in un'economia a bassa emissione di carbonio. Esistono inoltre politiche che si sono dimostrate utili nel ridurre efficacemente le emissioni, ad esempio le tasse sul carbonio. Le attività umane hanno provocato cambi senza precedenti nel sistema climatico globale, e noi tutti abbiamo quindi la responsabilità di darci da fare per ridurre le emissioni di carbonio. Il punto è: reagiremo con sufficiente rapidità? di Joseph A. Florence traduzione di Carlo Pappalardo [fonte WWF.it]
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