Dighe, sbarramenti, canali, trasferimenti d'acqua da un fiume all'altro si risolvono in un boomerang, alterando i sistemi naturali e provocando ulteriori crisi idriche. Un dossier WWF.Trasferire migliaia di metri cubi d’acqua da fiumi più ricchi a corsi d'acqua siccitosi non aiuta a risolvere la siccità. I casi studio analizzati in tutto il mondo dall’ultimo Rapporto del WWF, “Trasferimenti d’acqua per risolvere la siccità? Una chimera” dimostrano che le sofisticate opere costruite per prelevare quantità enormi di acqua - dighe, complesse reti di canalizzazione, condotte, scavi, gallerie – sono in realtà progetti faraonici e per niente risolutori. Sappiamo che circa il 40% dei fiumi di lunghezza superiore ai 1.000 chilometri non scorrono più liberamente al mare ma sono interrotti da dighe o canalizzati. I casi della Spagna, con trasferimenti d’acqua dal Tagus al Segura o dell’Australia, con il prelievo effettuato dallo Snowy al bacino Murray-Darling e infine del Sud Africa, dove a essere interessati sono i fiumi Orange e Senqu come donatori del sistema idrico Vaal, dimostrano il fallimento di questo approccio al problema della siccità. Oltre ad essere estremamente costosi (in Australia l’opera che sarà conclusa nel 2020 raggiungerà l’astronomica cifra di 8 miliardi di dollari) questi metodi danneggiano gli ambienti naturali e compromettono la stessa disponibilità di acqua. Si traducono in uso insostenibile della risorsa che paradossalmente moltiplica il problema siccità che si voleva risolvere. “Siamo convinti che sia sempre possibile un’alternativa valida al trasferimento di acqua da un bacino all’altro. La tecnologia non aiuta a risolvere il problema - commenta Michele Candotti, Segretario generale del WWF Italia - “E’ necessario invece un impegno a lungo termine che conservi la naturalità dei fiumi che sono ancora in “buono stato di salute” e delle zone umide. Questo è il primo passo per una gestione razionale dell’acqua”. Per affrontare i problemi della carenza d’acqua nel mondo esistono centinaia di progetti che prevedono prelievi idrici da un bacino verso un altro e il rapporto ne esamina alcuni: in Brasile, Cina, Grecia e Perù. Tutti risultano essere accomunati dai medesimi difetti: costi eccessivi, trasparenza insufficiente, danni irreversibili ai fiumi, benefici programmati che non si realizzano e la mancanza di ricerca di opzioni sostenibili alternative. “Per quel che riguarda l’Italia, ci auguriamo che progetti di intubamento previsti per alcuni fiumi abruzzesi, tra cui il Pescara e il Vomano, per portare acqua in Puglia (dove ci sono perdite della rete di distribuzione fino al 55 %) siano definitivamente affossati e sostituiti da una gestione responsabile a livello di bacino idrografico”, ha aggiunto Candotti. “Ma chiediamo soprattutto che venga applicata la Direttiva Quadro Acque 2000/60/CE, in assenza della quale si predispongono interventi che rischiano di fare danni e nient’altro. Il Ministro delle politiche agricole, per esempio, ha varato un piano irriguo nazionale come prima “risposta strutturale all’emergenza idrica” previsto in finanziaria che stanzia un miliardo di euro di cui circa 750 milioni destinati al bacino del Po. Gran parte degli interventi sono serbatoi per la raccolta d’acqua che di per sé possono anche essere una soluzione per aiutare l’attività agricola ma che in assenza dell’applicazione della Direttiva rischia di essere solo controproducente. E a conferma della mancata gestione razionale della risorsa idrica nel nostro Paese, è proprio di ieri la notizia della decisione della Commissione Ue di inviare all’Italia un parere motivato, seconda tappa della procedura d'infrazione prima del deferimento davanti alla Corte europea, proprio per aver recepito in maniera incompleta la direttiva quadro in materia di acque”. Il dossier "Pipedreams: river basin transfers and water shortages" in pdf (eng. 1,4 Mb) > [fonte WWF]
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