PESARO - Centomila tonnellate di rifiuti tossici - fanghi industriali, ceneri pesanti, scorie, amianto, vernici - smaltiti illegalmente fra il 2003 e il 2005 in una regione, le Marche, grande poco più di 9 mila chilometri quadrati. Una delle aree più verdi e protette d'Italia, trasformata da due organizzazioni senza scrupoli in pattumiera delle imprese del Nord, con la complicità di 30 ditte di trasporto, 22 impianti di gestione di rifiuti, e dei titolari di tre discariche pubbliche e una cava dismessa.
Una truffa da almeno cinque milioni di euro, costata l'inquinamento di falde acquifere e terreni, e garantita dalla 'distrazione' di alcune aziende municipalizzate delegate al controllo. Ma alla fine scoperta dai Carabinieri del Nucleo per la tutela dell'ambiente coordinati dal pm di Pesaro Massimo Di Patria. Undici le persone arrestate per associazione per delinquere finalizzata al traffico illecito di rifiuti, truffa aggravata, abuso d'ufficio, falso e avvelenamento colposo di acque.
Centotrentacinque gli indagati, molti dei quali hanno evitato l'arresto solo grazie alla legge sull'indulto. L'operazione 'Arcobaleno' è scattata oggi: 200 carabinieri hanno eseguito le ordinanze di custodia cautelare firmate dal gip Daniele Paci e posto sotto sequestro preventivo 56 impianti e 43 automezzi in sette regioni (Marche, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Campania, Friuli Venezia Giulia e Umbria). Ingente la mole di documentazione cartacea e informatica acquisita, che incrociata con gli accertamenti condotti dall'Agenzia regionale per l'ambiente conferma i peggiori sospetti.
Falsificando sistematicamente i pesi, i certificati, le analisi e i registri di carico e scarico dei rifiuti, intermediari, produttori e autotrasportatori dell"ecobusiness' smaltivano in discariche pubbliche o in cave in ripristino ambientale fino a sei-sette camion al giorno di rifiuti speciali destinati in genere alla termodistruzione. Scarti e miscelazioni di rifiuti contaminati da cromo, rame, piombo, zinco e idrocarburi sono finiti a contatto diretto con terreni e falde acquifere, quando non addirittura interrati in un laghetto naturale di cava.
Due le destinazioni privilegiate dei carichi, entrambe nel pesarese: l'impianto di smaltimento di rifiuti solidi urbani di Barchi, la cava dismessa 'Solazzi' a Carrara di Fano. Qui, mesi addietro, alcuni operai lamentarono strani malori e bruciori alle mucose, incompatibili con la lavorazione di normali rifiuti urbani. Un campanello d'allarme per gli investigatori del Noe, già sulle tracce dei principali inquinatori. Fra le principali aziende sotto inchiesta la Ferrari & Oliva srl (già S. Eco), la Luvicart, la Piemonte Recuperi, la Matteazzi srl, la Fri-Rec, la Italmacero Srl e la spa Brambilla Servizi ambientali. Accertamenti ancora in corso invece sul ruolo delle Municipalizzate Aset, Aspes e della Comunità Montana del Metauro. [fonte Ansa.it]
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