Da quando Clementina Forleo e Luigi De Magistris hanno partecipato alla trasmissione Annozero, s’è aperto un appassionante dibattito fra politici, commentatori, giuristi e magistrati sul tema: possono i magistrati andare in tv? E, se ci vanno, possono parlare? La risposta pressoché unanime è che no, i magistrati non possono parlare. Lo affermano tra gli altri il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, il vicepresidente del Csm, Nicola Mancino, e il presidente della commissione Affari costituzionali, Luciano Violante. Ora, questo dibattito può svolgersi soltanto in un paese che ha perso non solo la memoria, ma anche il comune senso del pudore.
Ieri, sul sito di Annozero, Michele Santoro ha pubblicato queste poche righe: Luciano Violante ha svolto il lavoro di magistrato per 13 anni, fino al 1979. Da allora, cioè da 28 anni, è in politica. Dall’83 è anche docente di istituzioni di diritto e procedura penale. Da ciò si evince che è uomo espertissimo di legge. E da uomo di legge dovrebbe sapere che non c’è nessuna legge che impedisce ai magistrati di esprimersi in qualunque sede ritengano giusto farlo, sia essa un convegno o una trasmissione televisiva, astenendosi dall’entrare nel merito dei processi che li riguardano.
E sia in un convegno che in una trasmissione televisiva può accadere ad un magistrato italiano di incontrare l’onorevole Violante. Ad esempio i magistrati Francesco Saverio Borrelli, Ilda Boccassini e Carlo Alemi colloquiarono con l’ex-magistrato Violante negli studi de “Il Rosso e il Nero” di Michele Santoro nel 1994 (vedi l'estratto video "Magistrati in TV": mms://rntlivewm.rai.it/raidue/annozero/annozero_borrelli311007.wmv).
L’anno prima l’on. Violante aveva dialogato nell’aula bunker di Palermo, in diretta su Raiuno, con i magistrati Giancarlo Caselli, Bruno Siclari e altri ancora. Ma prima ancora, nel 1989, Violante partecipò a “Samarcanda” con i giudici Macrì e Arcadi, e con altri magistrati in collegamento da Palermo.
Andando ancora indietro, nel 1981, il giovane parlamentare del partito comunista Luciano Violante parlava "dell’eccesso di presenza dei magistrati nella vita pubblica", e ne parlava naturalmente in pubblico, in un convegno a Roma, con due magistrati, Michele Coiro e Gianfranco Viglietta. In televisione nel corso degli ultimi venti anni abbiamo visto le interviste registrate o in diretta, oltre ai già citati, a Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Felice Casson, Carlo Palermo, Carlo Nordio, Felice Lima, Paolo Mancuso, Libero Mancuso, Franco Roberti, Tiziana Parenti, Piercamillo Davigo, Gherardo Colombo, Pier Luigi Vigna, Pietro Grasso, e scusate se non nominiamo tutti.
Di solito per definire inopportune le libere manifestazioni di pensiero dei magistrati si fa ricorso una bella quanto misteriosa paroletta: “deontologia”. Ma in nessun codice deontologico di nessuna categoria è previsto il divieto di esprimere le proprie opinioni, perché sarebbe anticostituzionale.
Forse ha semplicemente ragione il giudice Clementina Forleo: “Finché non ci sarà un editto che stabilisca quali magistrati possono parlare e quali non possono, quando possono o non possono farlo, sempre al di là della riservatezza sulle questioni legate agli atti d'ufficio, io riterrò di parlare, come fanno gli altri miei colleghi, assumendomi tutte mie responsabilità”.
E se un giorno un tale scellerato editto dovesse essere emanato, perché non vietare anche a tutti i politici la partecipazione ai talk-show? A latere del dibattito principale, il collega Giuseppe D’Avanzo ne ha aperto un altro sul tema: è lecito paragonare gli attacchi subiti da De Magistris e dalla Forleo con quelli subiti a suo tempo da Falcone e Borsellino, a prescindere dal fatto che Falcone e Borsellino sono poi stati assassinati, mentre la Forleo e De Magistris sono fortunatamente vivi e vegeti? La risposta di D’Avanzo è che no, non si possono fare paragoni.
Il paragone impossibile con Falcone e Borsellino Sempre sul sito di Annozero, è comparso un breve promemoria che riporto e sottoscrivo in pieno: Magistrati scomodi Tre domande a Giuseppe D'Avanzo
Giuseppe D'Avanzo ha scritto un editoriale sulla Repubblica intitolato "Il paragone impossibile con Falcone e Borsellino" nel quale dice che "di tritolo, minacce istituzionali, poteri occulti... se ne vorrebbe sapere di più, al di là dell'emotività di teatri televisivi di incerta informazione che non danno conto della realtà, ma preferiscono simularla." Prima domanda. Perché Giuseppe D'Avanzo che è un giornalista abituato a dare conto della realtà omette di dire che il paragone tra la vicenda De Magistris-Forleo e quella di Falcone-Borsellino è stato fatto da Salvatore Borsellino, fratello di Paolo? E se ancora non ha capito il motivo di questo accostamento, perché non lo chiede direttamente a lui? Seconda domanda. A noi non risulta che De Magistris e Forleo abbiano parlato di inchieste in corso. Se a D'Avanzo risulta il contrario, lui che non è avvezzo a simulare la realtà, perché non ce ne parla? Terza domanda. D'Avanzo ha mai sentito parlare dell'intervista di Paolo Borsellino del 19 maggio 1992 ai giornalisti Jean Pierre Moscardo e Fabrizio Calvi, registrata quattro giorni prima dell'attentato di Capaci? In quell'intervista si parla delle inchieste in corso sui rapporti tra Berlusconi e la mafia. D'Avanzo pensa che anche Paolo Borsellino debba essere deferito al Csm con un giudizio postumo? di Marco Travaglio [fonte http://voglioscendere.ilcannocchiale.it]
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