Anti Digital Divide esprime la sua posizione in merito alla liberalizzazione delle frequenze Wi-Max, massime garanzie per utenti e concorrenza. Il Wi-Max sta per essere liberalizzato. Così come per il Wi-Fil'Italia ha accumulato due anni di ritardo rispetto agli altri stati europei. Ma siamo sicuri che procedendo attraverso l’assegnazione delle frequenze tramite asta sarà garantita la concorrenza e i diritti degli utenti? Anti Digital Divide crede di no. L’esperienza dell’umts, le cui licenze sono state assegnate attraverso asta, ci ha insegnato che, la concorrenza e i diritti degli utenti sono stati scavalcati dagli interessi privati dei vincitori delle licenze, che si sono rifatti ampiamente della cifra investita monopolizzando il mercato e adottando tariffe molto elevate, per gli utenti. Il wi-max secondo la nostra associazione dovrebbe avere come obiettivi fondamentali, l’abbattimento del digital divide (circa 10 milioni di italiani non sono raggiunti dalla banda larga), e l’apertura del mercato dell’ultimo miglio, tratto di rete che collega la casa dell’utente alla centrale telefonica della città, su cui Telecom Italia detiene il monopolio assoluto nonostante siano passati anni dalla cosiddetta “Liberalizzazione del Mercato”.
Il governo ha dichiarato che le liberalizzazioni e la lotta al digital divide sono due obiettivi fondamentali. Allora per quale motivo il ministero della difesa ha chiesto centinaia di milioni di euro per cedere le frequenze, su cui sarà attivato il servizio wi-max, al ministero delle comunicazioni? Il governo ha dichiarato che 1100 milioni di euro saranno dedicati alla diffusione della banda larga e alla riduzione del divario digitale. Per quale motivo non si utilizza una parte di questi fondi per pagare il ministero della difesa, invece di indire delle aste ?
Tuttavia se le aste non si possono evitare devono essere tutelati i diritti degli utenti in particolare di quelli non raggiunti della banda larga. Si potrebbe suddividere il territorio in 3 grandi macro aree ( zone digital divise, zone con scarsa concorrenza e zone ad alta concorrenza) e per ogni macro area si dovrebbe avere una suddivisione delle licenze/frequenze tra operatore dominante (Telecom Italia), altri operatori e wisp. La frammentazione delle licenze avrebbe come conseguenza la creazione di concorrenza. In tutti i casi gli operatori che si aggiudicano la licenza devono coprire almeno il 25% del territorio licenziato entro un anno dall’assegnazione.
Zone digital divise hanno la priorità. Per queste zone in nessun caso si dovrebbe parlare di aste.
Vi deve essere una suddivisione delle frequenze disponibili, una parte a Telecom Italia che ha l’obbligo di rivenderle a condizione eque all’ingrosso, una parte agli OLO (altri operatori licenziati), e la fetta maggiore, 50%, ai Wisp ( Wireless internet service provider). I wisp dovrebbero secondo noi avere la priorità, in quanto fino ad oggi sono i soli che abbiano investito per portare la banda larga dove Telecom non arriva. I wisp inoltre sono espressione del territorio sul quale operano mantenendo una vicinanza con i clienti che contrasta con i muri di gomma dei call center. Il ministero verifica quali sono le zone DD (niente xdsl, fibra, wi-fi) e autorizza gli operatori, facendo le stesse verifiche che fa per il wi-fi. Se strettamente necessario, licenze pagate con una parte del canone mensile che gli operatori chiedono agli utenti finali (max 2-3 euro, diciamo per 10 anni)
Gli operatori godono di questa particolare regolamentazione a patto che almeno il 75% degli utenti che coprono con la struttura wi-max, siano quelli che risultavano digital divisi all'atto dell’assegnazione della licenza Wimax. Ad esempio se copro 100 utenti, 75 devono essere ex digital divisi e 25 quelli non digital divisi. Questo per evitare che si copra una zona digital divisa, ma che i servizi Wi-max vengano forniti per la quasi totalità ad una città vicina, non digital divisa, (per cui potrebbe essere previsto l’acquisto della licenza tramite asta). Così si garantirebbero sia coloro che hanno pagato le licenze per le città non DD sia gli utenti digital divisi.
Secondo gli ultimi dati divulgati dall’osservatorio sulla banda larga, a dicembre 2006 solo 527 su 8101 comuni erano coperti da un operatore che permettesse il distacco completo da Telecom Italia , a nostro avviso quindi le prime aste dovrebbero riguardare le zone dove ora è presente solo TI e gli altri operatori rivendono prodotti che acquistano all’ingrosso da Telecom, in questo modo si aprirebbe il mercato alla concorrenza. Utilizzando lo strumento del beauty contest, cioè non si guarda solo ai ricavi economici ma anche ai vantaggi per la concorrenza e utenti, si suddividono le licenze, tra operatore dominante, OLO e Wisp.
Si potrebbe invece lasciare "carta bianca" per le zone dove c'è più concorrenza cioè le grandi città ( da 50 mila abitanti in su) se l’obiettivo del governo è far cassa, queste sono le zone più appetibili e i grandi operatori saranno interessati a tali località. Il danno per gli utenti, in queste città, anche se il wi-max fosse monopolizzato da pochi non sarebbe grave, essendoci già molte alternative ad esempio shared access o full ull, che permettono il distacco completo da Telecom Italia. Quindi si opera sempre con un beauty contest, ma con maglie più larghe.
Non possiamo permetterci che il wi-max venga monopolizzato e gestito da pochi soggetti, soprattutto perché in Italia le telecomunicazioni sono sotto il controllo di alcuni gruppi di potere e tarda ad avviarsi una effettiva concorrenza, dobbiamo quindi tutelare gli utenti e non i soliti noti. Non dobbiamo ripetere gli stessi errori commessi per l’assegnazione delle licenze Umts. Furono ammessi solo 6 partecipanti all’asta per 5 licenze, poi “stranamente” uno si è ritirato, Blu, e i rimanenti 5 hanno potuto accaparrarsi le licenze ad un costo molto basso. Si era parlato di ricavi per lo stato intorno ai 50.000 miliardi di lire ed invece gli introiti furono 23.550 miliardi. Ancora oggi rimangono dei dubbi sulla regolarità dell’assegnazione delle licenze Umts. Successivamente uno dei vincitori delle licenze, IPSE, è fallito portandosi nella tomba la sua licenza consegnando il controllo del mercato a: TIM Omnitel (poi divenuta Vodafone) Wind Andala (poi divenuta Tre).
Non è più possibile continuare a proteggere, da una parte Telecom Italia e dall’altra gli operatori di Telefonia mobile che attraverso comportamenti di concorrenza sleale hanno monopolizzato mercato della Telefonia fissa/mobile e mercato della banda larga scaricando sugli utenti tariffe esorbitanti, scarsa qualità dei servizi e soprattutto, impossibilità di usufruire della banda larga. Telecom Italia percepisce un canone mensile telefonico di 15 euro su 25 milioni di linee, il che vuol dire circa 5 miliardi di euro l’anno, che giustifica con il fatto di dover manutenere ed ammodernare l’infrastruttura telefonica. Se questa cifra fosse veramente investita in tal senso, noi non avremmo 3494 comuni, su 8101, privi di un collegamento veloce (fibra, ponte radio) alla rete, dati dicembre 2006 dell’osservatorio sulla banda larga. Non avremmo apparecchiature limitanti vecchie di decenni quali mux e ucr che impediscono il passaggio della banda larga e non avremmo quindi milioni di utenti digital divisi.
Dal lato telefonia mobile, che vi siano dei cartelli tra le compagnie telefoniche è ormai chiaro. Un esempio eclatante è stato portato alla luce dalla petizione di Andrea D’Ambra sui costi di ricarica, “una anomalia tutta italiana”, costi applicati dalle diverse compagnie in maniera “stranamente” analoga. In un altro paese le compagnie telefoniche sarebbero state multate pesantemente, è recente una multa di 500 milioni di euro comminata dall’autorità garante francese nei confronti degli operatori mobili proprio per un cartello sui prezzi. In Italia l’Agcom si è vantata di aver attivato un analisi su questo mercato 5 giorni prima che arrivasse l’ordine dalla Commissione Europea, dimenticandosi che la petizione era in rete da alcuni mesi e soprattutto che i costi di ricarica esistono da anni. Da alcuni mesi si attende una decisione in merito ai costi di ricarica.
In una altro paese si sarebbe già conclusa l’indagine avviata da Giuseppe Tesauro, presidente Antitrust fino a gennaio 2005, forse l’unico che abbia veramente difeso il mercato e gli utenti, che avrebbe dovuto concludersi entro il 28 aprile 2006 ma che ha “stranamente” subito diversi rinvii dai nuovi membri dell’autorità Antitrust. L’indagine riguarda TIM, Vodafone e Wind, per accertare se abbiano abusato della propria posizione ai danni degli utenti, se abbiano attivato tecniche di concorrenza scorretta per impedire di entrare nel mercato agli operatori mobili virtuali (presenti in molti paesi europei dove hanno portato una diminuzione delle tariffe della telefonia mobile). Si ipotizza anche un cartello sulle tariffe.
Un altro esempio di cartello è riscontrabile se si considerano le tariffe applicate dagli operatori, TIM, Vodafone, Wind e Tre, per gli SMS che, si assestano tutte intorno ai 15 centesimi. Secondo Tele 2, che vuole diventare un operatore mobile virtuale anche in Italia (lo è in diverse altre nazioni), il costo effettivo di un sms non supera un centesimo di euro. Anti Digital Divide ha scritto nel 2005 sia all’AGCOM, Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, sia ad AGCM, Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, proprio per chiedere di introdurre gli operatori mobili virtuali e una diminuzione delle tariffe della telefonia mobile. Come mai le autorità non sono intervenute, a differenze delle autorità garanti di altri stati? Forse dipende dal fatto che l’Italia è l’unica nazione in cui le autorità garanti sono composte nella maggior parte da politici e non da tecnici. I membri sono eletti dal governo e non da associazioni dei consumatori, che ne avrebbero più diritto visto, che le autorità dovrebbero difendere proprio i consumatori.
Anti Digital Divide alla luce di quanto esposto in questo documento chiede quindi che le licenze wi-max siano distribuite in modo tale da favorire l’abbattimento del digital divide e l’ampliamento della concorrenza nel mercato delle Telecomunicazioni, che purtroppo stenta ancora a decollare.
Ass. Anti Digital Divide.
[fonte antidigitaldivide.org]
Lascia il primo commento! | | |